La realizzazione di un sogno, rinascita, sfida e continua messa in discussione di se stessa e delle proprie potenzialità.

Scopri la fantastica storia di Paola, founder di Progetto Seremile, per #progettocoraggio, la voce delle donne per le donne ?

Ciao Paola, grazie mille per aver scelto di partecipare a #progettocoraggio. Raccontaci un po’ di te, della tua storia, dei tuoi sogni e delle tue ambizioni

Sono Paola, sono una pedagogista, un’artigiana del feltro e la mamma di 3 bambini meravigliosi, Serafino, Emilia e Lea.

Dopo aver lavorato 17 anni nella cooperativa sociale che avevo fondato con altre donne, quando è nata la mia terza bambina ho deciso di cambiare vita e licenziarmi.

Quel luogo di lavoro non mi corrispondeva più: avevo 40 anni, 3 bambini piccoli, avuti in 4 anni, la sede della mia cooperativa era a 50 km di distanza da casa mia e spesso passavo più tempo in macchina che al lavoro.

Era diventata una situazione insostenibile.

Per di più, il ruolo che mi ero ritagliata con tanto impegno e fatica come Responsabile degli eventi, Responsabile del settore Commerciale e Legale Rappresentante della cooperativa cominciava a darmi dei pensieri su come riuscire a conciliare al meglio la gestione del mio lavoro con tutti gli altri aspetti della mia vita.

Mi mancava occuparmi dei miei figli come desideravo davvero.

Credo che prendere questa decisione sia stato come avere un quarto figlio.

Io amavo il mio lavoro, le mie colleghe erano come sorelle, tutto sommato avevamo anche imparato a gestire il lavoro tenendo conto dei nostri desideri di maternità.

Siamo sempre state delle vere “anticipatrici”: abbiamo inserito lo smartworking dal 2000.

Prendere questa scelta è stato un atto di puro coraggio e non di incoscienza, direi.

Ero pienamente consapevole di cosa stessi lasciando e non avevo idea di quale lavoro avrei fatto. 

Ma volevo dedicarmi ai miei bambini e anche a me stessa, la vera Paola messa in secondo piano da un po’.

Avevo desiderato i miei 3 bambini con tutta me stessa, ma riuscivo a vivermeli pochissimo: se ne occupavano principalmente l’asilo e mia madre.

Una volta che la mia piccola Lea ha compiuto un anno, ho pensato che fare la mamma a tempo pieno mi piaceva tantissimo, ma io ero anche tanto altro.

Il mio anno sabbatico mi era servito per riprendere energie, per capire chi ero a 40 anni e chi volevo essere dopo i 40.

Per questo motivo, mi sono rimessa in cammino per cercare una nuova strada lavorativa che fosse più corrispondente alla nuova versione di Paola.

Io sono dell’idea che viviamo molte vite, che non è poi così vero che i treni passano una volta sola nella vita e che la certezza di un lavoro non si ripaga mai con la capacità di far corrispondere il proprio modo di essere in continua evoluzione con quello che si realizza.

Ho fatto quindi un “bilancio delle mie competenze”.

Lo ammetto, odio usare il termine “bilancio” per descrivere un lavoro continuo su chi siamo, chi siamo state e chi vogliamo essere.

Mi sembra di sminuire l’importanza di un lavoro così introspettivo e rilevante per ognuna di noi.

Ho quindi ripreso a studiare.

Ho seguito corsi di formazione, ho affinato man mano la mia proposta di servizi e prodotti ed eccomi qui.

Volevo un lavoro che parlasse alle famiglie a partire dall’attesa del proprio bambino fino a circa i suoi 6 anni di vita, volevo che dentro ci fosse forte il concetto di narrazione e di lettura.

Ho sempre studiato e acquistato libri di letteratura per l’infanzia, ho sempre riconosciuto un enorme valore in contenuti di questo tipo.

Volevo essere di aiuto ai genitori come un’amica vera, quella che sa farti le domande giuste e darti gli strumenti necessari per rispondere alle tue esigenze nel modo più giusto per te.

In ultimo, volevo che la mia grande passione per la stoffa e i bottoni diventasse uno strumento di crescita, per il bambino e per i genitori.

Da tutti questi miei grandi sogni, sono nati i miei giochi artigianali.

sogno e rinascita. come trasformare un  sogno in realtà.

Paola, quale è il tuo sogno più grande?

Il mio sogno più grande, in realtà, poco c’entra con il lavoro…

Sogno di svegliarmi tutte le mattine al mare, di sentire il sole addosso, di vivere in ciabatte e pantaloncini.

Il mare è in grado di accogliere sempre il mio umore, spesso ballerino, di lasciare libera espressione ai miei pensieri, di farmi sentire i profumi che amo, di darmi la sensazione della mia pelle, di conoscere colori che sono in continuo cambiamento.

Amo tantissimo il mare d’inverno.

E sono sicura che prima o poi riuscirò a realizzare il mio sogno.

E chissà, forse sarà proprio il mio grande sogno lavorativo a permettermi di realizzare il mio grande sogno personale.

La mia ambizione più grande è riuscire ad essere davvero di aiuto ai genitori, nel vivere questa fantastica esperienza al meglio.

La nostra epoca ci permette di avere un grande lusso: avere a nostra disposizione tante informazioni su come crescere un bambino al meglio. Spesso però tutte queste informazioni diventano “troppe” e difficili da gestire.

Oggi i genitori si trovano sommersi da stimoli che dicono tutto e il contrario di tutto, a partire da come una donna “dovrebbe” vivere la sua gravidanza e il suo parto.

Io vorrei essere il punto di riferimento di ogni famiglia in questo mare magnum di informazioni, permettendo ad ogni genitore di vivere questa avventura al meglio, senza ansie ed eccessive preoccupazioni.

E, soprattutto, senza continui sensi di colpa o dubbi.

C’è un equilibrio sottile tra mettersi in discussione e rimanere immobilizzati dalle proprie ansie ed aspettative.

Ecco, è questo il regalo che vorrei fare ad ogni genitore che si affida a me: aiutarlo a “respirare”, fargli capire che andrà tutto bene, liberarlo dalle paranoie, dai sensi di colpa e di inadeguatezza.

E, soprattutto, far comprendere il potere del perdonare se stessi.

Siamo umani, facciamo degli errori e poi facciamo di tutto per risolvere la situazione al meglio.

I nostri bambini ci amano comunque e per loro saremo sempre i migliori genitori del mondo. 

Ne approfitto anche per fare un po’ più di chiarezza sulla professione della pedagogista.

E’ una figura professionale che si occupa di educazione e di formazione.

Possono esserci molte applicazioni, tra cui pedagogista clinica, del disagio, dei disturbi dell’apprendimento e tanti altre declinazioni.

Io ho scelto di diventare una figura che sostiene la genitorialità consapevole, attraverso lo strumento della narrazione, affiancando il potere della lettura in precocissima età per poi affiancare il bambino nella sua crescita.

L’essere umano è tale perché narra qualcosa di sé mentre conduce la sua vita. 

La mia visione di bambino è di un essere umano in evoluzione, capace e competente fin da subito.

La mia visione di genitore è di una persona che si mette in ascolto attivo del proprio bambino, sostenendolo attivamente nel suo processo di crescita.

Il genitore è a tutti gli effetti un facilitatore, che ha come principale obiettivo l’autonomia e lo sviluppo della natura personale del proprio bambino.

Sono fortemente convinta che la crescita dei bambini aiuti e supporti anche la crescita dei genitori, a 360 gradi.

Il mio motto è “i bambini non si eludono, non si illudono, non si deludono”.

Raccontaci di un ostacolo che hai dovuto affrontare nel tuo percorso di crescita personale o professionale e di come hai fatto per superarlo.

Ah beh, ma qui c’è l’imbarazzo della scelta!

Io credo di essere almeno alla mia quarta vita!

Sono una valtellinese con il DNA della nomade.

Ho vissuto fino a 19 anni nella mia Morbegno e poi, grazie a mio fratello che non mi ha permesso una scelta di comodo, mi sono trasferita a Milano per studiare.

Io, 19 anni, a vivere a Milano da sola… la prima settimana per l’ansia mi è pure venuta la febbre.

Ma non ho mollato e devo a quegli anni tantissimo di ciò che sono diventata: l’autonomia nel prendere delle decisioni più o meno importanti, la capacità di entrare in relazione con persone molto diverse da me per cultura o provenienza, la forza di andare oltre i piccoli ostacoli della quotidianità, la curiosità, la scoperta della sessualità libera…

La mia seconda vita è iniziata quando ho fondato la mia cooperativa, con altre 4 donne poco più che ventenni.

Avevamo grandi sogni e grandi progetti.

Era il 2001 e ancora oggi la cooperativa è aperta e in salute.

Tanti ostacoli, tante rinunce, anche economiche, tante evoluzioni.

Non mi sono certo risparmiata, ho dato sangue e carne a quel progetto.

E sono fiera di me stessa.

Abbiamo creato un ambiente dove le donne potevano costruire il proprio percorso personale di crescita professionale, dove la maternità era una forza e non un limite.

E sono orgogliosa di come me ne sono andata.

Ho capito esattamente quale era il momento giusto, non ho permesso a me stessa di andarmene arrabbiata e delusa, ma felice e consapevole di quanto stessi facendo.

La mia terza vita, invece, ha affrontato tre lutti importanti in un anno solo, quello che io chiamo il mio anno horribilis: un caro amico, il mio amato papà e un divorzio.

É stato un anno faticosissimo da un punto di vista personale, ho dovuto lavorare moltissimo su me stessa, in terapia, per poterne uscire e per non permettere a me stessa di vivere la mia vita in modo cinico o disilluso.

Ho capito subito che avevo bisogno di un aiuto professionale, da sola non ce l’avrei fatta.

Devo alla terapia il merito di aver acquisito la consapevolezza di chi sono oggi: sono una donna (in primis, non è poco dirselo), sono una persona capace di guardarsi e fermarsi a pensare, sono una donna che ha diritto di essere fragile e di chiedere aiuto.

E sono anche una persona coraggiosa, che non teme il cambiamento.

Sono una donna buffa e sexy.

E sono una professionista seria e competente.

Donna di giustizia: non tollero l’indifferenza, la superficialità nell’affrontare la vita, l’incapacità di sapere che quello che noi scegliamo a livello personale ha sempre una ricaduta sugli altri.

Sono fortemente convinta che il bene comune sia l’unico obiettivo per definirci essere umani.

La mia quarta vita è quella che mi ha regalato il mio compagno e i nostri figli. Che fatica, certe volte.

Ma loro sono bellissimi, hanno caratteri forti e fragili allo stesso tempo. Sanno esattamente esprimere cosa vogliono e cosa sentono.

Corrono verso il diventare adulti con fierezza.

Io sono così orgogliosa di loro.

Anche delle loro fragilità e dei loro momenti di stallo.

Nella mia quarta vita ho anche preso una delle decisioni più importanti per la mia crescita professionale.

Mi sono buttata nella vita da libera professionista, senza avere idea di come iniziare e come andare avanti.

Sono nata e cresciuta professionalmente nel mondo della cooperazione, dove il team la fa da padrone.

Oggi devo scegliere da sola la strada e i singoli obiettivi.

Una bellissima e nuova sfida.

Quali sono stati i più grandi blocchi personali e bias cognitivi che hai dovuto affrontare nel tuo percorso di crescita?

Sicuramente la mia insicurezza di natura.

Sono forte, questo è vero, ma quando penso a me stessa non mi sento mai all’altezza, come se non comprendessi mai davvero il mio potenziale. 

Quindi, a volte, devo fare uno sforzo e dire a me stessa “tu vali, tu sei estremamente capace, tu hai diritto ad avere delle soddisfazioni e dei risultati”.

Sembra sempre che io faccia delle enormi stupidaggini che non servono a nessuno e che non interessano a nessuno.

Ma non è vero in fondo.

Per questo, ho spesso bisogno del sostegno e del supporto degli altri.

Mi sto circondando di collaboratori e partner che tengano a freno la mia insicurezza, la stessa che mi blocca e mi fa stare ore e ore su un piccolo dettaglio che non vedrà nessuno.

Tutto per paura di non farcela.

Come hai fatto a trovare il coraggio per superare gli ostacoli che hai incontrato lungo il percorso?

Io sono una donna coraggiosa.

È nella mia natura.

Certo, le persone che hanno la mia stima, quelli che io amo definire i Big 4, sono la mia ancora di salvezza.

Quando ho paura, mi rivolgo a loro.

Quando sento che sto per vacillare, loro mi rimettono in carreggiata, aiutandomi a ridere di me stessa e dei miei inutili dubbi.

Ma, sicuramente, fermarmi a pensare mi aiuta molto.

Io sono una persona rumorosa di natura: la mia presenza si sente in un locale, amo chiacchierare, fare domande, ballo appena ci sono due note, amo il caos. 

Ma sono anche estremamente innamorata del silenzio e della solitudine.

Mi servono, mi rigenerano.

A volte, ho bisogno di isolarmi per riportare il giusto focus verso l’obiettivo. Lascio che il mio sabotatore interno si sfoghi, urli, faccia il matto e poi lo metto zitto zitto in un angolo.

E vado avanti.

Ho imparato che lui non è un mio nemico, è un mio alleato.

E gli alleati si interpellano solo quando ne hai bisogno.

Secondo te, Come si fa ad avere coraggio?

Il coraggio si allena, perché altrimenti rischia di diventare incoscienza, se gli lasciamo fare tutto quello che vuole.

Il coraggio non è impulsivo.

È ragionato, è l’ultima azione di un pensiero abitato dalle nostre emozioni.

Il coraggio per me è la forza di essere chi siamo nel momento preciso in cui viviamo.

E poi, secondo me, è una competenza sociale e collettiva: se sei sola a prendere delle decisioni rischi di trovarti scoperta.

Per cui per me va allenato in gruppo, per farlo esplodere al massimo del suo potenziale.

E’ tutta questione di pratica.

Tutte noi possiamo avere coraggio.

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Chi sono

Ciao, sono Marianna Gaito e sono l’amica che crede in te.
Nel mio blog condivido trucchi e strategie di crescita personale e professionale per donne ribelli che vogliono cambiare il mondo.
Il mio sogno è far comprendere a quante più donne possibili il grande potenziale che ognuna di noi ha dentro di sé.

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